martedì 26 febbraio 2013

mancano alcune cose sullo schema di sotto sulla rivoluzione americana

venerdì 15 febbraio 2013

AVVISI

LUNEDI' CARTELLONI SULLA SCHIAVITU'
PORTATE IL MATERIALE.

MARTEDI' LETTURA DELLA NOVELLA "FEDERIGO DEGLI ALBERIGHI"

Federigo degli Alberighi Giovanni Boccaccio



Federigo degli Alberighi       Giovanni Boccaccio

Federigo degli Alberighi, il giovane e nobile cavaliere protagonista di questa novella d’amore a lieto fine, raffigura quegli ideali di vita cortese e cavalleresca che all’epoca di Boccaccio apparivano ormai superati. Nella società, infatti, dei mercanti borghesi del Trecento trionfava la logica del denaro e della ricchezza. Tuttavia Boccaccio, pur considerando la gentilezza, la nobiltà d’animo, l’amore puro e delicato, dei valori superati, tipici della mentalità del passato, non esita a celebrarli in questa sua novella in quanto costituiscono pur sempre un significativo modello di vita.
Dal momento che la versione originale presenta parecchie difficoltà di comprensione, ti presentiamo questa novella nella versione in lingua moderna di Piero Chiara.

Il giovane Federigo degli Alberighi1, di nobilissima famiglia fiorentina, bravo nelle armi e ammirato da tutti per la sua cortesia, si era invaghito di una gentile dama ritenuta una delle più belle e leggiadre della città. Per farsi apprezzare da lei, partecipava a tornei e ad altri esercizi cavallereschi, organizzava feste e si vestiva riccamente, spendendo senza ritegno. La signora, di nome Giovanna, onesta quanto era bella, pareva non accorgersi di quel che faceva il giovane per mettersi in vista e acquistar merito ai suoi occhi.
Federigo, non avendo altra maniera per trovar rimedio alla sua passione, finì col dilapidare il suo patrimonio, pur senza trovarsi ad aver fatto alcun progresso nella considerazione della dama.
Non gli era rimasto, nella rovina in cui era caduto, che un suo poderetto del quale si ridusse a vivere poveramente, portandosi dietro soltanto un falcone2, che aveva carissimo e che tutti gl’invidiavano, perché era il migliore del mondo.
In quel luogo solitario, passava tristemente le sue giornate, avendo per unico svago e anche per unica risorsa il bel falcone col quale passava le giornate cacciando.
Ora avvenne che mentre Federigo campava così stantemente la sua vita3, il marito della signora si ammalò e in breve morì. Rimasta vedova, la donna si dedicò interamente al suo unico figliolo, che era  già grandicello, ma assai gracile e di cattiva salute. Venuta l’estate, per rimetterlo in forze, lo portò in campagna, all’aria buona, in un podere di sua proprietà che era vicino a quello di Federigo.
 Il giovanetto, girando per i dintorni, conobbe Federigo e, incuriosito dalla caccia, cominciò ad andargli appresso e a frequentare la sua casa, fin che gli divenne amico. Più d’ogni altra cosa, lo attraeva la caccia col falcone, che seguiva spasimando per il bel rapace, quando, scattato dal pugno di Federigo, ghermiva le prede a volo e le riportava, deponendole ai piedi del padrone.
Avrebbe voluto che quel magnifico falcone divenisse suo, ma non osava domandarlo a Federigo, perché sapeva quanto costui lo avesse  caro. Invece di aver giovamento della vita all’aria aperta, il ragazzo ne ebbe danno, perché quel poco di strapazzo della caccia lo indebolì e
lo fece ricadere ammalato. Sua madre, la quale non aveva altro bene che lui, gli stava intorno tutto il giorno a curarlo e continuamente gli domandava se c’era qualcosa che potesse fargli piacere.
Il ragazzo un giorno disse: «Madre mia, se mi faceste avere il falcone di Federigo, sento che guarirei».
La donna rimase perplessa. Sapeva quanto Federigo l’avesse amata senza ottenere da lei un solo sguardo, e si diceva: “Come posso domandargli quel falcone, che a quanto si dice è il migliore che mai volasse, e oltre a ciò è quello che lo mantiene in vita4?”.
Era certa che se glielo avesse chiesto l’avrebbe avuto, tanto era nota la gentilezza di Federigo e tanto poteva contare sulla sua devozione, ma non si decideva a togliergli quell’unica ricchezza. L’amor del figlio finì tuttavia col deciderla.
«Cercherò di accontentarti» disse al figlio.
Il malato fu così contento di quella promessa, che parve subito migliorato.
La mattina seguente, presa con sé un’altra donna, con l’aria di chi voglia fare una passeggiata, Giovanna passò dalla casetta di Federigo e lo fece chiamare. Mentre, stupito, il giovane accorreva dall’orto dove stava intento a piccoli lavori, Giovanna gli si fece incontro lietamente e gli disse: «Salute Federigo. Vengo a farvi questa visita per ricambiarvi, un po’ tardi, la gentilezza che mi avete dimostrato amandomi per tanto tempo senza speranza. Starò, se lo consentite, a pranzo con voi, alla buona, insieme a questa mia compagna».
«Signora», rispose Federigo «da voi ho avuto soltanto del bene, perché l’amore che vi ho portato mi ha fatto grande onore. Vedervi ora qui così amabilmente, mi è più caro di quanto non mi sarebbe il riavere quanto ho speso amandovi, ma purtroppo questa povera casa non è degna di voi. Permettete almeno che vada a far mettere un po’ d’ordine e a comandare che si disponga la tavola. Sedetevi intanto con la vostra amica in giardino, dove la moglie del mio contadino vi
terrà compagnia».
Così detto entrò in casa, andò nella cucina e si rese conto che non vi era nulla da portare in tavola, altro che rape e qualche insalata. Avrebbe potuto mandare a comprare qualcosa al paese vicino, ma si accorse di non avere neppure un soldo in tasca. Guardandosi intorno in cerca di qualche ispirazione, gli caddero gli occhi sul suo falcone, che se ne stava appollaiato sopra una stanga. Senza un istante d’esitazione lo prese e, trovandolo grasso e di buon peso, pensò di poterlo cucinare. Gli tirò il collo, lo fece spennare e ordinò alla donna di cuocerlo allo spiedo. Apparecchiò intanto la tavola con una bella tovaglia che aveva salvato dai creditori e, passata una mezz’ora, andò in giardino e con un gesto da gran signore invitò e due donne alla mensa.
Fu subito portato in tavola il falcone che, ben cotto com’era e privato della testa e delle zampe, pareva un fagiano. Federigo scalcò5 l’animale e servì le donne delle parti migliori, poi se stesso.
Mangiato che ebbero, Giovanna diede inizio a una piacevole conversazione, nel corso della  quale, quando le parve venuto il momento giusto, disse a Federigo: «Ora vi debbo dire la vera ragione per la quale vi ho fatto questa visita. Forse, ricordando la mia riservatezza, che voi avrete giudicato durezza d’animo e crudeltà, troverete strano il passo che ora sto per compiere. Chi non ha figlioli non può capire cosa si arriva a fare per le proprie creature. Ma forse voi, che
siete uomo di grandi sentimenti, potrete comprendere il mio stato d’animo. È per lui, per mio figlio, che sono qui a chiedervi un dono che vi sarà difficile fare, perché si tratta dell’unica consolazione che voi abbiate nella solitudine in cui vivete. Si tratta del vostro falcone. Mio figlio, che è ammalato, si è tanto invaghito del vostro falcone, che se non glielo porto si aggraverà e potrà anche morire. Perciò vi prego, per l’amore che mi portate, che mi facciate questo dono con la generosità che avete sempre mostrato. Mio figlio riavrà la sua salute ed io vi sarò per sempre obbligata».
Federigo, che aveva i sudori freddi pensando al falcone che avevano appena mangiato, incominciò a piangere in silenzio. Giovanna, convinta che quel pianto fosse dovuto al dispiacere che il giovane provava nel separarsi dal suo falcone, era quasi pentita del suo ardire e
stava per rinunciare al dono.
Federigo allora, trattenendo a fatica le lacrime, disse: «Signora, da quando Dio volle che io vi amassi, in molte cose ho avuto contraria la fortuna. Ma erano cose da nulla rispetto a ciò che oggi mi accade.
Quand’ero ricco non vi degnaste mai di entrare nella mia casa, ma ecco che ora siete venuta in questo mio povero luogo a chiedermi un piccolo dono che non vi posso fare. Io, che per voi ho dato tutto quanto avevo! Sappiate che appena siete arrivata qui e mi avete chiesto di desinare, per riguardo al vostro valore6 ho deciso di mettervi cotto sul tagliere la cosa che più mi era cara e preziosa: il falcone. Vedendo ora che lo volevate vivo, il dispiacere di non potervi accontentare è così forte che non mi darà più pace».
Poi andò in cucina, prese le penne, le zampe e il bello del falcone e li mise davanti a Giovanna; questa lo rimproverò d’aver sacrificato un simile animale per darle da mangiare, ma non poté tuttavia far a meno di ammirare la sua grandezza d’animo.
Triste e sconsolata, se ne partì e tornò dal suo figliolo, il quale per il suo disappunto di non aver avuto il falcone e per la gravità del male che lo aveva colpito, si aggravò e dopo alcuni giorni morì.
Giovanna, dopo lunga sofferenza, trovandosi sola, ricchissima e ancor giovane, venne consigliata dai suoi fratelli a rimaritarsi. Per alcun7 tempo non volle sentirne parlare, parendole finita la vita sua. Ma davanti alle insistenze di tutto il parentado e dovendosi in qualche modo risolvere, avendo sempre presente la grandezza d’animo dimostratale da Federigo, disse che solo lui avrebbe sposato. I fratelli, sapendolo povero, non furono d’accordo e le suggerirono parecchie altre persone facoltose8. Ma Giovanna fu irremovibile.
«Fratelli miei», disse «so benissimo in quali condizioni è ridotto Federigo degli Alberighi, ma preferisco un uomo che abbia bisogno di una ricchezza a una ricchezza che abbia bisogno di un uomo».
I fratelli, vinti da un tale atteggiamento, finirono per cedere e diedero in sposa a Federigo la loro sorella, con tutto il suo patrimonio. Divenuto saggio amministratore della sua nuova ricchezza9, Federigo visse in letizia con  Giovanna fino alla fine dei suoi anni, benedicendo il giorno in cui aveva tirato il collo al suo bel falcone.
(da G. Boccaccio, Decamerone, dieci novelle raccontate da Piero Chiara, Mondadori, Milano)
1. Alberighi: antica e nobile famiglia fiorentina.               2. falcone: falco addestrato per la caccia agli uccelli.
3. campava... vita: trascorreva la vita così poveramente, in grandi ristrettezze.
4. lo mantiene in vita:gli procura di che vivere               5. scalcò: spezzettò, fece a pezzi.
6. valore: qualità umana e morale.                                 7. alcun: qualche.
8. facoltose: ricche.

mercoledì 13 febbraio 2013

letteratura venerdì

Venerdì leggeremo Chichibio,  novella del Decameron.
Da stampare.
Si trova  anche nel libro "Il quadrato magico"

Chichibio cuoco



Chichibio cuoco
E’ questa una delle novelle più note del Decameron. Il protagonista è Chichibio, un cuoco chiacchierone e piuttosto leggero che, per amore di Brunetta, “una femminetta dalla contrada”, si mette nei guai. Grazie però alla sua prontezza di spirito che gli fa pronunciare una risposta arguta e inaspettata, riesce a calmare l’ira del padrone e a evitare così la meritata punizione.
      Currado Gianfigliazzi1, sì come ciascuna di voi e udito e veduto puote2 avere, sempre della nostra città3 è stato nobile cittadino, liberale e magnifico4, e vita cavalleresca tenendo, continuamente in cani e in uccelli s'è dilettato, le sue opere maggiori al presente lasciando stare5. Il quale con un suo falcone avendo un dì presso a Peretola6 una gru ammazzata, trovandola grassa e giovane, quella mandò ad un suo buon cuoco, il quale era chiamato Chichibio7, ed era viniziano8, e sì gli mandò dicendo che a cena l'arrostisse e governassela9 bene. Chichibio, il quale come nuovo bergolo era così pareva10, acconcia11 la gru, la mise a fuoco e con sollicitudine a cuocerla cominciò. La quale essendo già presso che cotta e grandissimo odor venendone, avvenne che una feminetta della contrada, la qual Brunetta era chiamata e di cui Chichibio era forte innamorato, entrò nella cucina; e sentendo l'odor della gru e veggendola12, pregò caramente13 Chichibio che ne le14 desse una coscia.
      Chichibio le rispose cantando e disse: "Voi non l'avrì da mi15, donna Brunetta, voi non l'avrì da mi".
      Di che donna Brunetta essendo un poco turbata16, gli disse: “In fè di Dio, se tu non la me dai, tu non avrai mai da me cosa che ti piaccia”; e in brieve le parole furon molte17; alla fine Chichibio, per non crucciar la sua donna, spiccata18 l'una delle cosce alla gru, gliele diede.
      Essendo poi davanti a Currado e ad alcun suo forestiere19 messa la gru senza coscia, e Currado maravigliandosene, fece chiamare Chichibio e domandollo che fosse divenuta l'altra coscia della gru20; al quale il vinizian bugiardo subitamente rispose: “Signor mio, le gru non hanno se non una coscia e una gamba”.
      Currado allora turbato disse: “Come diavol non hanno che una coscia e una gamba? Non vid'io mai più gru che questa?21”.
      Chichibio seguitò: “Egli è, messer, com'io vi dico; e quando vi piaccia, io il vi farò veder ne’ vivi22”.
      Currado, per amor dei forestieri che seco aveva, non volle dietro alle parole andare23, ma disse: “Poi che tu di’24 farmelo vedere ne’ vivi, cosa che io mai più non vidi né udii dir che fosse, e io il voglio veder domattina se sarò contento; ma io ti giuro in sul corpo di Cristo, che, se altrimenti sarà,  io ti farò conciar in maniera che tu con tuo danno ti ricorderai, sempre che tu ci viverai25, del nome mio”.
      Finite adunque per quella sera le parole26, la mattina seguente come il giorno apparve, Currado, a cui non era per lo dormire l'ira cessata, tutto ancor gonfiato27 si levò e comandò che i cavalli gli fosser menati28; e fatto montar Chichibio sopra un ronzino29, verso una fiumana30, alla riva della quale sempre soleva in sul far del dì vedersi delle gru, nel menò31 dicendo: “Tosto32 vedremo chi avrà iersera mentito, o tu o io”.
      Chichibio, veggendo che ancora durava l'ira di Currado e che far gli convenia pruova della sua bugia33, non sappiendo come poterlasi fare34, cavalcava appresso a Currado con la maggior paura del mondo, e volentieri, se potuto avesse, si sarebbe fuggito; ma non potendo, ora innanzi e ora addietro e da lato si riguardava, e ciò che vedeva credeva che gru fossero che stessero in due piedi.
      Ma già vicini al fiume pervenuti, gli venner prima che ad alcun vedute35 sopra la riva di quello ben dodici gru, le quali tutte in un piè dimoravano36, si come quando dormono soglion fare; per che egli prestamente mostratele a Currado, disse: “Assai bene potete, messer, vedere che iersera vi dissi il vero, che le gru non hanno se non una coscia e un piè, se voi riguardate a quelle che colà stanno.”
      Currado vedendole disse: “Aspettati37, che io ti mosterò che elle n'hanno due”; e fattosi alquanto più a quelle vicino gridò:”ho ho”; per lo qual grido le gru, mandato l'altro piè giù, tutte dopo alquanti passi cominciarono a fuggire, laonde38 Currado rivolto a Chichibio disse: “Che ti par, ghiottone? Parti39 ch'elle n'abbian due?”
      Chichibio quasi sbigottito, non sappiendo egli stesso donde si venisse40, rispose: “Messer sì, ma voi non gridaste ho ho  a quella di iersera; ché se così gridato aveste, ella avrebbe così l'altra coscia e l'altro piè fuor mandata, come hanno fatto queste”.
       A Currado piacque tanto questa risposta, che tutta la sua ira si convertì41 in festa e riso, e disse: “Chichibio, tu hai ragione, ben lo dovea fare”.  
 Così adunque con la sua pronta e sollazzevol42 risposta Chichibio cessò la mala ventura e paceficossi col suo signore43.

  1. Currado Gianfigliazzi: personaggio realmente vissuto appartenente a una ricca e famosa famiglia di banchieri fiorentini; fu contemporaneo di Boccaccio.
  2. puote: può.
  3. nostra città: si tratta di Firenze.
  4. liberale e magnifico: generoso e dedito a una vita splendida.
  5. continuamente… stare: continuamente si è divertito ad andare a caccia con i suoi cani e i suoi uccelli (falconi) per non parlare ora delle opere più importanti da lui compiute.
  6. Peretola: borgata non molto lontana da Firenze.
  7. Chichibio: probabilmente si tratta di un soprannome e va pronunciato Chichibìo, con l’accento sull’ultima i.
  8. viniziano: veneziano.
  9. governassela: la cucinasse.
  10. il quale…pareva: il quale era veramente un chiacchierone un po’ sciocco, come sembrava.
  11. acconcia: preparata.
  12. veggendola: vedendola.
  13. caramente: caldamente.
  14. ne le: gliene.
  15. Voi non l’avrì da mi: voi non l’avrete da me.
  16. turbata: indispettita, offesa.
  17. le parole furon molte: il battibecco durò a lungo.
  18. spiccata: staccata.
  19. forestiere: ospite.
  20. domandollo…gru: gli domandò che cosa fosse accaduto all’altra coscia della gru.
  21. Non vid’io… questa?: pensi forse che io non abbia mai visto altre gru che questa?
  22. io il vi … vivi: io ve la farò vedere nelle gru vive.
  23. non volle…andare: non volle continuare la discussione.
  24. di’: dici.
  25. sempre che tu ci viverai: finchè vivrai.
  26. le parole: le discussioni.
  27. gonfiato: pieno di rabbia.
  28. menati: portati, condotti.
  29. ronzino: cavalo di poco pregio.
  30. fiumana: fiume.
  31. nel menò: lo condusse.
  32. Tosto: subito.
  33. e che far…bugia: e che gli conveniva dare dimostrazione che quello che aveva detto era vero.
  34. non sappiendo…fare: non sapendo come cavarsela.
  35. gli venner…vedute: gli capitò di vedere prima di qualsiasi altro.
  36. dimoravano:stavano.
  37. Aspettati: aspetta un momento.
  38. laonde: per la qual cosa.
  39. Parti: ti pare.
  40. donde si venisse: da dove gli venisse quella risposta.
  41. si convertì: si trasformò.
  42. sollazzevol: divertente.
  43. cessò…signore: scampò alla cattiva sorte e si rappacificò con il suo signore.

lunedì 11 febbraio 2013

ma ke bel carnevale siamo stati tutta la settimana chiusi dentro x colpa di questo stupido tempo ke no ne vuole sapere di diventare buono,

sabato 9 febbraio 2013

ki l'ha fatto il disegno d'arte ?????????
comunque non si capiva nnt da come l'ha disegnato lui ,poi se ci mettiamo ke prima di fare una linea ci metteva 7 giorni + il fatto ke si è preso solo mezz'ora di ramanzina e per la spiegazione se ne preso un altra  mezz'ora ,io questo professore non lo sopporto

mercoledì 23 gennaio 2013

ciao perche non commenta nessuno io non  loso
studiate

Venerdì 25 gennaio compito inglese

argomento per domani



La Shoah, il Giorno della Memoria

A CURA DI ELENA LOEWENTHAL

Perché oggi si celebra il Giorno della Memoria?
Istituito nel 2000, il Giorno della Memoria si celebra il 27 gennaio perché in questa data le Forze Alleate liberarono Auschwitz dai tedeschi. Al di là di quel cancello, oltre la scritta «Arbeit macht frei» (Il lavoro rende liberi), apparve l'inferno. E il mondo vide allora per la prima volta da vicino quel che era successo, conobbe lo sterminio in tutta la sua realtà. Il Giorno della Memoria non è una mobilitazione collettiva per una solidarietà ormai inutile. È piuttosto, un atto di riconoscimento di questa storia: come se tutti, quest'oggi, ci affacciassimo dei cancelli di Auschwitz, a riconoscervi il male che è stato.

Che cosa è, che cosa rappresenta Auschwitz?
Auschwitz è il nome tedesco di Oswiecin, una cittadina situata nel sud della Polonia. Qui, a partire dalla metà del 1940, funzionò il più grande campo di sterminio di quella sofisticata «macchina» tedesca denominata «soluzione finale del problema ebraico». Auschwitz era una vera e propria metropoli della morte, composta da diversi campi - come Birkenau e Monowitz - ed estesa per chilometri. C'erano camere a gas e forni crematori, ma anche baracche dove i prigionieri lavoravano e soffrivano prima di venire avviati alla morte. Gli ebrei arrivavano in treni merci e, fatti scendere sulla cosiddetta «Judenrampe» (la rampa dei giudei) subivano una immediata selezione, che li portava quasi tutti direttamente alle «docce» (così i nazisti chiamavano le camere a gas). Solo ad Auschwitz sono stati uccisi quasi un milione e mezzo di ebrei.

Con il termine Shoah che cosa si definisce?
Shoah è una parola ebraica che significa «catastrofe», e ha sostituito il termine «olocausto» usato in precedenza per definire lo sterminio nazista, perché con il suo richiamo al sacrificio biblico, esso dava implicitamente un senso a questo evento e alla morte, invece insensata e incomprensibile, di sei milioni di persone (Il termine olocausto, traduce  un termine biblico legato alla sfera dei sacrifici religiosi). La Shoah è il frutto di un progetto d'eliminazione di massa che non ha precedenti, né paralleli: nel gennaio del 1942 la conferenza di Wansee approva il piano di «soluzione finale» del cosiddetto problema ebraico, che prevede l'estinzione di questo popolo dalla faccia della terra. Lo sterminio degli ebrei non ha una motivazione territoriale, non è determinato da ragioni espansionistiche o da una per quanto deviata strategia politica. È deciso sulla base del fatto che il popolo ebraico non merita di vivere. E una forma di razzismo radicale che vuole rendere il mondo «Judenfrei» («ripulito» dagli ebrei).


Quali sono gli antecedenti?
L'odio antisemita è un motivo conduttore del nazismo. La Germania vara nel 1935 a Norimberga una legislazione antiebraica che sancisce l'emarginazione. Tre anni dopo l'Italia approva anch'essa un complesso e aberrante sistema di «difesa della razza», rinchiudendo gli ebrei entro un rigido sistema di esclusione e separazione dal resto del paese. Ma questa terribile storia ha dei millenari precedenti. Prima dell'Emancipazione, ottenuta in Europa nella seconda metà dell'Ottocento, gli ebrei erano vissuti per millenni come una minoranza appena tollerata, non di rado perseguitata e cacciata, e sempre relegata entro i ghetti. Tanto nel mondo cristiano quanto sotto l'Islam. Visti con diffidenza e odio per la loro fede tenace (e, dal punto di vista della maggioranza, sbagliata), hanno sempre rappresentato il «diverso», la presenza estranea. Anche se da millenni vivono qui e si sentono europei.

Perché la Shoah è un evento unico?
Dopo la Shoah è stato coniato il termine «genocidio». Purtroppo il mondo ne ha conosciuti tanti, e ancora troppi sono in corso sulla faccia della terra. Riconoscere delle differenze non significa stabilire delle gerarchie nel dolore: come dice un adagio ebraico «Chi uccide una vita, uccide il mondo intero». Ma mai, nella storia, s'è visto progettare a tavolino, con totale freddezza e determinazione, lo sterminio di un popolo. Studiando le possibili forme di eliminazione, le formule dei gas più letali ed «efficaci», allestendo i ghetti nelle città occupate, costruendo i campi, studiando una complessa logistica nei trasporti, e tanto altro. La soluzione finale non è stata solo un atto di inaudita violenza, ma soprattutto un progetto collettivo, un sistema di morte.

Perché ricordare e commemorare?
Il Giorno della Memoria non vuole misconoscere gli altri genocidi di cui l’umanità è stata capace, né sostenere un'assai poco ambita «superiorità» del dolore ebraico. Non è infatti, un omaggio alle vittime, ma una presa di coscienza collettiva del fatto che l'uomo è stato capace di questo. Non è la pietà per i morti ad animarlo, ma la consapevolezza di quel che è accaduto. Che non deve più accadere, ma che in un passato ancora molto vicino a noi, nella civile e illuminata Europa, milioni di persone hanno permesso che accadesse.

razzismo



Il razzismo esiste ovunque vivano gli uomini. Il razzismo è nell'uomo. Si è sempre lo straniero di qualcuno. Imparare a vivere insieme, è questo il modo di lottare contro il razzismo. Bisogna combattere il razzismo perché il razzista è nello stesso tempo un pericolo per gli altri e una vittima di se stesso. E' in errore e non lo sa o non vuole saperlo. Ci vuole coraggio per riconoscere i propri errori. Non è facile ammettere di aver sbagliato e criticare se stessi. Il razzista è prigioniero delle sue contraddizioni e non ne vuole venire fuori. Quando uno riesce a uscire dalle sue contraddizioni, va verso la libertà. Ma il razzista non vuole la libertà. Ne ha paura. Come ha paura della differenza. L'unica sua libertà che ama è quella che gli consente di fare qualsiasi cosa, di giudicare gli altri e di permettersi di disprezzarli per il solo fatto di essere diversi.

Giorno della Memoria

Legge 20 luglio 2000, n. 211

"Istituzione del "Giorno della Memoria" in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti"


pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio 2000


Art. 1.
1. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

Art. 2.
1. In occasione del "Giorno della Memoria" di cui all'articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell'Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinchè simili eventi non possano mai più accadere.

martedì 22 gennaio 2013

lunedì 21 gennaio 2013

gli Sporcelli


Per giovedì 24 gennaio

rispondi alle domande e poi esegui il riassunto
- Che cosa escogita il signor Sporcelli per vendicarsi dell'ultimo scherzo della moglie?
- Perchè la moglie non si accorge di niente?
- Quali sono gli effetti della restringite, secondo il signor Sporcelli?
- Qual è l'unica cura per la restringite? 
- La signora Sporcelli appare sempre più sconvolta, mentre sente il marito che le spiega che cos'è la restringite. Quali sono le reazioni che via via manifesta?
- Quale nuova idea diabolica ha il signor Sporcelli, quando sua moglie è appesa ai palloni in aria?
- Che cosa escogita la signora Sporcelli per salvarsi?
- Quale reazione ha il signor Sporcelli, quando, convinto di essersi liberato della moglie, se la vede precipitare sulla testa?
- Il testo non descrive, qui, i signori Sporcelli, ma sappiamo che sono vecchi, brutti e sporchi. Scrivi tu la descrizione di uno dei due personaggi, cercando di esagerarne i difetti.
- Come definisce la parola restringite il signor Sporcelli? 
-Quale figura retorica trovi nella frase "La signora Sporcelli diventò bianca come un panno lavato"?


Gli Sporcelli di Roald Dahl

Con il romanzo Gli Sporcelli (intitolato così dal nome dei protagonisti, una disgustosa coppia di coniugi brutti, sporchi e cattivi), Roald Dahl porta all'estremo un luogo comune: la coppia litigiosa. Qui i due coniugi non si limitano a punzecchiarsi e a scambiarsi piccoli dispetti, ma sembrano mettere in atto una vera e propria guerra senza esclusione di colpi. Tuttavia si tratta di cattiverie così mostruose e terribili che fanno ridere, proprio perché sono esagerate e inverosimili.


Per vendicarsi dei vermi negli spaghetti, il signor Sporcelli esco­gitò un tiro mancino veramente geniale. Una notte, mentre la signora Sporcelli dormiva, si alzò furtiva­mente dal letto, portò il bastone da passeggio della moglie nella sua stanza da lavoro e incollò un minuscolo tondino di legno (non più spesso di una moneta) sotto la punta del bastone. In questo modo il bastone diventò più lungo, ma talmente di poco che, la mattina seguente, la signora Sporcelli non se ne accorse. La notte dopo, il signor Sporcelli incollò un altro minuscolo tondino di legno sotto il bastone. Ogni notte scendeva in punta di piedi e ag­giungeva un altro piccolissimo spessore di legno all'estremità del ba­stone. Lo faceva con molta cura, di modo che i pezzetti aggiunti sem­brassero parte del vecchio bastone.
Lentamente, lentissimamente, il bastone da passeggio della signora Sporcelli diventò sempre più lungo.
Ora, quando qualcosa cresce molto lentamente è quasi impossibile ac­corgersene. Voi, per esempio, in realtà ogni giorno che passa diven­tate un po' più alti, ma non ve ne accorgete, no? La stessa cosa accadeva col bastone da passeggio della signora Spor­celli. La trasformazione era così lenta e graduale che lei non si avvide di com'era diventato lungo neanche quando le arrivò praticamente alla spalla.
Quel bastone è troppo lungo per te - le disse un giorno il signor Sporcelli.
E vero! - esclamò lei guardando il bastone. - Lo sentivo che qual­cosa non andava, ma non riuscivo a capire di che cosa si trattasse.
Eh, sì, c'è proprio qualcosa che non va - disse il signor Sporcelli, cominciando a divertirsi.
Ma che cosa può essere successo? - fece la signora Sporcelli, fis­sando perplessa il suo vecchio bastone da passeggio. - Dev'essersi al­lungato all'improvviso.
Non dire idiozie! - ribatté il signor Sporcelli. - Un bastone da pas­seggio non può allungarsi! E fatto di legno secco, no? Il legno secco non può crescere.
E allora che diavolo è successo? - strillò la signora Sporcelli.
Non è il bastone, sei tu - disse il signor Sporcelli, ghignando orribil­mente. - Sei tu che ti stai accorciando! Me n'ero accorto già da un pezzo.
No! Non è vero! - gridò la signora Sporcelli.
Stai rimpicciolendo, donna! - disse il signor Sporcelli.
Non è possibile!
Arcipossibile - affermò il signor Sporcelli. - Stai rimpicciolendo ra­pidamente! Ti stai restringendo a una velocità pericolosa! Accipicchia, devi essere rimpicciolita di almeno dieci centimetri negli ultimi giorni!
Non è vero! - gridò lei.
Certo che è vero! Guarda un po' il tuo bastone, vecchia capra, e guarda quanto ti sei accorciata in confronto! Hai la restringite, ecco che cos'hai! La famigerata restringite!
La signora Sporcelli cominciò a tremare così forte che dovette met­tersi a sedere.
Non appena la signora Sporcelli si fu seduta, il signor Sporcelli le puntò un dito contro e gridò: - Lo vedi? Sei seduta sulla tua vecchia sedia e sei talmente rimpicciolita che i tuoi piedi non toccano neanche terra! La signora Sporcelli si guardò i piedi e, diavolo di un uomo!, aveva proprio ragione. I suoi piedi non tocca­vano terra.
Il signor Sporcelli, infatti, era stato altrettanto abile con la sedia quanto col bastone da passeggio. Ogni notte, quando era sceso al pianterreno e aveva incollato un altro tondino di legno al bastone, aveva fatto la stessa cosa con le quattro gambe della sedia di sua moglie.
Guardati là, seduta sulla tua solita vecchia sedia - la derise - così
ristretta che i piedi ti penzolano nel vuoto!
La signora Sporcelli diventò bianca come un panno lavato.
Hai proprio la restringite! - gridò il signor Sporcelli, puntandole contro l'indice come una pistola. - Ce l'hai in forma gravissima! E il più spaventoso caso di restringite che abbia mai visto!
La signora Sporcelli era talmente terrorizzata, che si mise a sbavare dalla paura. Ma al signor Sporcelli, cui i vermi negli spaghetti erano rimasti sullo stomaco, non fece nessunissima pena.
Naturalmente sai che succede quando si ha la restringite, vero? - le disse.
Che cosa? - balbettò la signora Sporcelli. - Cosa succede?
La testa si restringe e rientra nel collo... E il collo si restringe e rientra nel corpo...
E il corpo si restringe e rientra nelle gambe...
E le gambe si restringono e rientrano nei piedi. E alla fine della per­sona non rimane altro che un paio di scarpe e un fagotto di vecchi vestiti.
Basta, basta, non dirmi altro! - gridò la signora Sporcelli.
E una malattia terribile - affermò il signor Sporcelli a voce ancora più alta. - La più spaventosa del mondo.
E quanto ci metterò? - gemé la signora Sporcelli. - Quanto mi ri­mane prima di ridurmi a un fagotto di stracci e a un paio di vecchie scarpe?
Il signor Sporcelli assunse un'aria molto solenne. - A questa velocità
disse, scuotendo tristemente il capo - direi non più di dieci o undici giorni.
Ma non c'è nessun rimedio? - gridò la signora Sporcelli.
C'è una sola cura per la restringite - disse il signor Sporcelli con aria solenne.
Dimmi, dimmi - gridò lei - oh, dimmelo subito!
Dovremo sbrigarci! - disse il signor Sporcelli.
Sono pronta a tutto! Farò qualsiasi cosa! - implorò la signora Spor­celli.
Non ne avrai per molto, altrimenti - disse il signor Sporcelli, con un altro ghigno satanico.
Che cosa devo fare? - gridò lei, prendendosi la testa tra le mani.
Bisogna stirarti - sentenziò il signor Sporcelli.

Il signor Sporcelli portò sua moglie fuori, all'aperto, dove aveva pre­parato tutto per la grande stiratura: Cento palloni e moltissimo spago. Una bombola di gas per riempire i palloni. Un anello di ferro fissato a terra.
Mettiti lì - le disse, indicando l'anello di ferro. Poi le legò le caviglie all'anello.
Fatto questo, cominciò a gonfiare i palloni. Ogni pallone veniva fis­sato a un lungo spago e, quando era pieno di gas, strattonava lo spago cercando di salire verso l'alto. Il signor Sporcelli legò alcuni spaghi attorno al collo della moglie, altri sotto le braccia, altri ai polsi e alcuni persino ai capelli.
Presto cinquanta palloni variopinti fluttuarono nell'aria sopra la testa della signora Sporcelli.
Li senti che ti tirano? - le chiese lui.
Li sento! Li sento! - gridò lei. - Mi stanno stirando da morire. Lui aggiunse altri dieci palloni. La spinta all'insù diventò fortissima. Ora la signora Sporcelli era ridotta all'impotenza. Coi piedi legati a terra e le braccia tirate in su dai palloni, non riusciva a muoversi. Era prigioniera e l'intenzione del signor Sporcelli era stata di andarsene e lasciarla così per un paio di giorni e di notti per darle una lezione. In­fatti stava giusto per andarsene, quando la signora Sporcelli aprì la sua boccaccia e disse una stupidaggine: - Sei sicuro di avermi legato per bene i piedi a terra? - ansimò. - Se si rompono quegli spaghi che ho attorno alle caviglie, ciao e tanti saluti.
Ed è questo che diede al signor Sporcelli la sua seconda idea malvagia.
Questi palloni tirano così forte che mi porterebbero sulla luna! -gridò la signora Sporcelli.
Portarti sulla luna? - esclamò il signor Sporcelli. - Che idea terri­bile! Guai se accadesse una cosa simile!
Guai, l'hai detto! - strepitò lei. - Dammi qualche altro giro di spago attorno alle caviglie, presto! Voglio sentirmi sicura al cento per cento!
Molto bene, angelo mio - disse il signor Sporcelli e con un ghigno demoniaco s'inginocchiò ai suoi piedi. Tirò fuori di tasca un coltello e con un rapido colpo tagliò le corde che legavano le caviglie della si­gnora Sporcelli all'anello di ferro.
Lei partì come un razzo.
Aiuto! - urlò. - Salvatemi!
Ma ormai era troppo tardi. Di lì a pochi secondi era su nel cielo az­zurro e continuava a salire velocemente.
Il signor Sporcelli se ne stava con il naso per aria. - Che deliziosa vi­suale! - disse tra sé. - Quanti bei palloncini lassù nel ciclo! E che stra­ordinario colpo di fortuna per me! Finalmente la vecchia befana si è levata dai piedi e non la rivedrò mai più.
La signora Sporcelli poteva anche essere brutta e odiosa, ma non era stupida.
Lassù nel cielo, ebbe un'idea geniale. "Se riesco a liberarmi di qualche pallone" si disse "smetterò di salire e comincerò a scendere". Si mise a strappare con i denti le cordicelle che le assicuravano i pal­loni ai polsi, alle braccia, al collo e ai capelli. Ogni volta che tagliava uno spago coi denti e lasciava volar via il pallone, la spinta verso l'alto diminuiva e la velocità di salita rallentava.
Quando ebbe tagliato venti spaghi, smise di salire del tutto. Rimase
ferma in aria.
Strappò un altro spago.
Molto, molto lentamente, cominciò a fluttuare verso il basso. Era una giornata calma, senza neanche un filo di vento. Proprio per questo la signora Sporcelli era salita dritta come un fuso. E adesso cominciò a scendere dritta come un fuso.
Mentre fluttuava dolcemente verso il basso, la sottoveste le si gonfiò come un paracadute, mettendo in mostra i suoi lunghi mutandoni. Era uno spettacolo imprevisto in quella bella giornata e migliaia di uccelli arrivarono da ogni parte per ammirare quella nuova specie di volatile.

II signor Sporcelli, convinto di aver visto la sua odiata metà per l'ultima volta, se ne stava seduto in giardino a far festa con un boccale di birra. Intanto la signora Sporcelli continuava a planare silenziosamente. Quando fu a una decina di metri sopra il marito, gridò a un tratto con quanto fiato aveva in gola: - Eccomi che arrivo, lurido bestione! Broc­colo putrefatto! Sporco vecchio pidocchioso!
Il signor Sporcelli saltò su come se fosse stato punto da una vespa gi­gante. La birra gli cadde di mano. Guardò in su. Sbarrò gli occhi. Spa­lancò la bocca. Soffocò un grido. Suoni gorgoglianti gli uscirono dalla strozza: - Ughhhhhhhhh! Arghhhhhhhhhh! Ouchhhhhhhhhhh! - Questa me la pagherai! - gridò la signora Sporcelli. Stava per atter­rargli proprio in testa. Era rossa di rabbia e menava fendenti nel­l'aria con il suo lungo bastone da passeggio che in qualche modo era riuscita a tenersi stretto durante tutti quei su e giù: - Ti frollo il mi­dollo! - urlava. - Ti buco la nuca! Ti rapo la crapa! Ti infilzo la milza! E prima che il signor Sporcelli facesse in tempo a scappare, quel gro­viglio di palloni, di sottovesti e di furia scatenata gli piombò addosso roteando il bastone e menando colpi all'impazzata.
                                             adatt. da R. Dahl, Gli Sporcelli